La diade madre-bambino: considerazioni sulla relazione terapeutica

Aprile è il più crudele dei mesi, genera
Lillà da terra morta, confondendo
Memoria e desiderio, risvegliando
Le radici sopite con la pioggia della primavera.
L’inverno ci mantenne al caldo, ottuse
Con immemore neve la terra, nutrì
Con secchi tuberi una vita misera.

Aprile è il più crudele dei mesi. Con questo verso famoso T.S. Eliot apre La Terra Desolata (1922), il suo capolavoro ed una delle opere poetiche più impressionanti del ventesimo secolo.

Nell’immaginario collettivo Aprile è sempre stato considerato il mese della rinascita, che si apre alla vita dopo il lungo sonno glaciale dell’inverno, il primo mese di primavera. Perché allora è il più crudele? Immagino perchè “mescola memoria e desiderio”, si trova cioè al crocevia tra passato e futuro. È il presente che spaventa? Forse è la sensazione di immobilità, di paralisi, che terrorizza. E cosa del passato ci affascina così tanto? Probabilmente il caldo abbraccio simbiotico materno che ci tiene al riparo dall’inverno, un paradossale comfort, una vita minima (“misera”), che ci protegge e immobilizza allo stesso tempo. Ci mantiene al caldo, al riparo dal rischio dell’azione, della separazione, del movimento, della possibilità, della scommessa, della scelta.

Come afferma Winnicott, non esiste un qualcosa che possa chiamarsi “bambino”. È sempre presente, sin dalla nascita una diade, ed il primo rapporto interpersonale che sperimentiamo è con una figura femminile, la madre.

La diade madre-bambino si costituisce all’inizio dell’esistenza del neonato ed acquisisce caratteristiche peculiari in base sia alla predisposizione relazionale potenziale del neonato (Stern), sia delle caratteristiche di disponibilità affettiva, cognitiva, attentiva della madre. Appare però evidente una sostanziale differenza, una asimmetria, tra i due membri della diade, con la madre che svolge un ruolo determinante nel forgiare gli schemi di relazione del neonato e contribuire a promuovere lo sviluppo affettivo ed emotivo del bambino, favorendo un processo di integrazione del suo primordiale senso di sé. A volte la madre non è così disponibile. Molto spesso, infatti, è la psicopatologia della madre a determinare le sorti della futura integrazione psichica del bambino.

Winnicott (1967) ha scritto: “cosa vede il bambino quando guarda in faccia la madre?… Quando la madre guarda il bambino il modo in cui lei gli appare è legato a ciò che lei vede in lui… [ma cosa dire] del bambino la cui madre riflette il proprio stato d’animo o, ancora peggio, la rigidità delle sue stesse difese? La madre e il bambino si guardano e il bambino non vede se stesso… Ciò che vede è il volto della madre”.

quest’immagine diviene poi il germe di un oggetto potenzialmente persecutorio che ha sede nel sé, ma è estraneo e non assimilabile; si presenterà il disperato desiderio di separazione nella speranza di stabilire un’identità o un’esistenza autonoma. Tuttavia, tragicamente, questa identità è imperniata su uno stato mentale che non può riflettere la mutevolezza degli stati emotivi e cognitivi dell’individuo, dal momento che è basata su una rappresentazione arcaica dell’altro (Fonagy).

Il processo di riconoscimento si verifica solamente quando gli attori protagonisti dell’interazione concepiscono se stessi in quanto riflesso l’uno dell’altro. Tale riflesso però non si risolve nell’annullamento dell’uno nell’altro e non risulta essere nemmeno vittima della proiezione che ne annienterebbe il loro distinguersi (Montanaro; Benjamin).

Le sensazioni che spesso sperimentano i pazienti più sofferenti, e che descrivono in maniera confusa e poco consapevole, rispetto al rapporto con il femminile, sono di “intrusione”, di mancato riconoscimento per quello che si è. Molti dei pazienti attuali, quelli che presentano un quadro diagnostico di mancanza di integrazione del proprio sé, tratti narcisistici accentuati, fragilità emotiva, scarsa mentalizzazione, bassissima autostima e acting out, spesso riferiscono di essere stati visti dalla propria madre come una sua (di lei) “estensione”, come “portatori sani” delle più fantastiche caratteristiche genetiche ed intellettive materne. Sperimentano la sensazione di aver sempre ricoperto un ruolo particolare, di regolatori emotivi, di salvatori, in grado di poter liberare le proprie madri dalla depressione. Dall’altro lato, nel corso della propria vita, si sentono estremamente impauriti, hanno paura di poter ricadere in questo tipo di dinamiche. Impauriti e rabbiosi. Paradossalmente, poi, hanno paura di poter deludere l’altro, di restare frammentati, di essere annichiliti.

Come descritto da Lyons-Ruth et al. (2007), gli stati mentali di impotenza-ostilità (hostile-helpless, hh), affondano le radici nelle interazioni disorganizzate madre-bambino.  Si tratta di persone che sperimentano comportamenti negativi-intrusivi con altri significativi e un misto di comportamenti contraddittori all’insegna della ricerca di attenzione e della paura del rifiuto. (Lingiardi, 2005)

La “Diade” è, dunque, una dimensione ambivalente, che contiene in sé sia elementi positivi, di creazione e di vitalità, ma che, nell’ambito della sofferenza psicologica, della psicopatologia e della malattia mentale, si connota soprattutto in senso opposto, al negativo, come zona d’ombra, che tende a fagocitare, a legarsi per sempre, oppure a non riconoscere, a non essere specchio, a rifiutarsi o non essere in grado di proporsi come promotrice della scintilla che innesca il processo di costruzione di una identità separata.

“Nel momento in cui la madre vede il bambino per la prima volta ed entra in contatto con lui, ha inizio la potenzialità di un processo attraverso il quale si stabilisce il sé di una persona” (Kohut, 1978).

Stern afferma che il bambino, nei primi 6 mesi di vita, non è solo in uno stato di simbiosi con la madre, come aveva osservato la Mahler, ma dispone di un primordiale senso del sé (Sé “emergente”, 0-2 mesi), e di un senso del sé da lui chiamato “nucleare” (2-6 mesi), ed il bimbo inizia a percepirsi come separato dalla madre. Stern ipotizza che sin dai primi istanti il sé del bimbo fluttui da uno stato in cui è separato dal sé materno ad uno stato in cui è in simbiosi con esso (Benedetti).

Quando il bambino è in grado di attribuire il comportamento apparentemente distaccato e non responsivo della madre al suo (di lei) stato depressivo, piuttosto che alla propria cattiveria o alla propria incapacità di suscitare attenzione, è protetto, forse permanentemente, dalle ferite narcisistiche. Ancora più cruciale è forse la capacità del bambino di sviluppare rappresentazioni degli stati mentali, emotivi e cognitivi, che organizzino il suo comportamento nei confronti di chi si occupa di lui (Fonagy).

 

Fabio Masciullo

Riformulare la domanda, tornare ad interrogarsi

“Che fine fa il mio pugno quando apro la mano?”Domanda interessante, soprattutto per noi uomini occidentali. Ancor più interessante sarebbe discutere della capacità dell’uomo moderno di farsi domande. Sin dalla prima infanzia siamo chiamati, piuttosto, a fornire risposte, a dare “la risposta giusta”, a mettere una crocetta, a diventare i bravi bambini attenti e ubbidienti rispetto all’autorità. Riformulare la domanda potrebbe voler dire imparare nuovamente a porre domande, a tollerare l’incertezza insita nella considerazione di non poter fornire una e una sola risposta corretta, ad accogliere e valorizzare il dubbio. L’esigenza dell’uomo moderno è stata invece quella di categorizzare, di definire confini e differenze per gestire la complessità e ridurre i tempi di risposta. Questo tipo di processo ha come conseguenza quella di limitare le possibilità di collegamento, cristallizzare le relazioni caledoscopiche tra fenomeni, frammentare l’universo di significati e gestirle come sequenza lineare di avvenimenti. Che fine fa il mio pugno quando apro la mano diventa una domanda inconcepibile.

Ma perché accade ciò? Credo che abbandonare un sistema di certezze, un paradigma, una zona di comfort, sia costoso e doloroso soprattutto a livello emotivo. Ci costringe a fare i conti con la nostra fallibilità, con la sensazione di non poter controllare e gestire la complessità nella quale siamo immersi, di non essere in grado di spiegare alcuni eventi, di non poter fornire risposte immediate. Questo è terrificante, e ci constringe a rinchiuderci con sempre maggior vigore nelle nostre piccole certezze. Credo sia un processo che vada di pari passo con la frattura, ormai insanabile, che si è creata tra l’uomo moderno ed il Sacro, inteso nella sua accezione più ampia ( “il sacro è un elemento della struttura della coscienza e non un momento della storia della coscienza. L’esperienza del sacro è indissolubilmente legata allo sforzo compiuto dall’uomo per costruire un mondo che abbia un significato”. M. Eliade, 1968).

Un economista britannico (Tim Harford) ha ultimamente definito questo aspetto della natura umana come “il complesso di Dio”. È curioso che un economista si metta a discutere di Dio, di certezze e di fallibilità umana. È curioso e interessante: è una speranza. Harford sottolinea come il complesso di Dio trasformi le persone in “piccole divinità”, portatrici di punti di vista cristallizati, che difficilmente vengono scalfiti dalla contaminazione con altre individualità. È come se ormai fossimo arrivati alla frammentazione estrema del Sacro, fino a cannibalizzarlo e renderlo servitore delle nostre più basse esigenze materiali individuali.

In questo universo il “pugno” è il pugno e la “mano” è la mano. Siamo molto lontani dal “riformulare la domanda”. Qui è in gioco la capacità delle persone di “interrogarsi”!!.

Rispetto all’esperienza clinica, è interessante quello che ci riferisce Bromberg, quando parla della tendenza degli individui gravemente malati di rifugiarsi nel “pensiero concreto”. “Con concreto intendo la presenza di un pensiero senza pensatore o, piuttosto, senza un pensatore consapevole dell’altro come soggetto autonomo pensante, con cui è possibile condividere o scambiare idee” (Bromberg, 1998, p. 131). È la negazione dell’intersoggetività, di uno spazio condiviso che ci lega agli altri, al mondo e all’universo intero, che trascende e ridefinisce l’elemento temporale e che tanto ha a che fare con l’esperienza del Sacro. La minaccia dell’incontro con l’altro, si risolve nella fuga verso la concretezza, la scarnificazione e riduzione della realtà. È il tipico caso degli ossessivi, che risolvono l’angoscia dell’incontro e della scoperta di sé in un gioco perverso che li vede alle prese con la riduzione estrema dei significati offerti dalla relazione con il mondo. La realtà diventa così un terreno arido nel quale gli oggetti sono legati assieme da nessi lineari predeterminati  e terribilmente fragili.

È in questo ambito che emerge la sfida di riconsiderare il senso dell’esistenza. È proprio vero che “l’essere non è una verità distante da contemplare ma uno stato da vivere” (Rosati, 2008).

Ultimamente ho letto un racconto di Raymond Carver, “Legna da ardere”. In questo racconto il protagonista, Mayers, ferito, sconfitto ed in fuga da una vita precedente ormai al capolinea, compie un processo di scoperta di sé che lo porta inevitabilmente a confrontarsi con il “nulla”. Mayers lo fa attraverso un taccuino, pagina bianca in attesa di vita. Ad un certo punto, tutto ciò che trascrive è proprio “nulla”. Per riprendersi la sua vita, darle senso, andare avanti, è necessario per lui “stare” in quel nulla, con la consapevolezza che è “l’inizio di tutte le cose”, come trascrive poco convinto, quasi imbarazzato. Mayers ha così la possibilità di restare in contatto con la vita, con i fatti reali che si susseguono, fino ad intercettare un’occasione. Spaccare legna. Nonostante non fosse così importante agli occhi degli altri, questo gesto “era importante per lui”. Comprende, ad un livello molto poco consapevole, che il “fare” è la soluzione per colmare quel vuoto. Fare vuol dire stare in contatto con la realtà e con se stessi nello stesso tempo. il Fare è uno spazio “transizionale” (Winnicott, 1951), dove si incontrano fantasia e realtà. Dove è possibile sperimentarsi, essere “creativi”, definirsi e riconoscersi in ciò che si è fatto. Grazie all’azione, al sudore, alla fatica, Mayers ha così acquisito una nuova consapevolezza, ha la possibilità di essere e fare allo stesso tempo, di essere in contatto con sé stesso e con il mondo circostante, in altre parole di abbracciare un senso di sé più ampio e universale.

È in questa occasione che Mayers ha la possibilità di annotare sul suo taccuino parole cariche di senso, di amore per la vita, di semplicità: “Il paese in cui mi trovo è  molto insolito. Mi ricorda un posto di cui ho letto ma dove non ero mai stato prima d’ora. Fuori dalla finestra sento scorrere un fiume e nella valle dietro la casa ci sono boschi e precipizi e montagne con le cime coperte di neve. Oggi ho visto un’aquila e un cervo e ho tagliato e spaccato sette metri cubi di legna”. Carver, giustamente, aggiunge: “…posò la penna e si tenne la testa tra le mani per qualche istante. Dopo un po’ si alzò, si spogliò e spense la luce. Quando si mise a letto, lasciò la finestra aperta. Andava bene così” (Carver, 2000, pag. 32).

Fabio Masciullo

 

 Bibliografia e sitografia
Mircea Eliade, Discorso pronunciato al Congresso di Storia delle religioni di Boston il 24 giugno 1968
Maria Pia Rosati, La psicoterapia come viaggio iniziatico, Quaderno Cljpas – supplemento “Atopon”, novembre 2008
Raymond Carver, Se hai bisogno chiama, Minimum fax, 2000
Tim Harford, L’economista mascherato: l’insospettabile logica che fa muovere i soldi, Milano: BUR, 2006
Tim Harford, http://www.youtube.com/watch?v=3InB7JAxV5Y
Donald W. Winnicott, Gioco e Realtà, Armando Editore 1971 (vers.originale 1951)
Philip Bromberg, Clinica del trauma e della dissociazione, Cortina editore, 1998

Sostegno psicologico

AREE D’INTERVENTO

CLINIC4

Si tratta di un percorso finalizzato principalmente a promuovere ed incrementare il benessere individuale, attraverso un trattamento in grado di riformulare i bisogni, ed al contempo, aumentare le risorse personali. Il sostegno psicologico risulta particolarmente efficace laddove sia presente un disagio attribuibile ad una difficoltà della vita quotidiana.

Pertanto, tale percorso risulta particolarmente indicato:

  • in fasi della vita segnate da sostanziali cambiamenti , quali l’adolescenza o la senescenza, per elaborare i conflitti psico-corporei e favorirne una comprensione emotiva maggiore;
  • in circostanze di vario grado che costellano la vita quotidiana, quali licenziamenti, perdite, lutti o malattie;
  • in caso di conflitti relazionali con il partner, i figli o la famiglia di origine, al fine di favorire strategie più funzionali ed a superare lo stato d’isolamento e sofferenza;
  • In casi di scarso equilibrio psico fisico, stati di tensione ed insoddisfazione verso i propri risultati;
  • In casi in cui si riscontrino difficoltà legate all’autostima ed al livello di autonomia, sia personale che professionale, che motivino il soggetto ad intraprendere un percorso di crescita.

Il sostegno psicologico può seguire differenti vie: è per questo che il percorso sarà sempre personalizzato, proponendosi di rispettare esigenze e priorità dell’utenza. Durante il primo colloquio l’interesse principale sarà quello di stabilire di comune accordo le aree d’intervento principali, e, laddove possibile, concordare i relativi tempi di svolgimento.