Riformulare la domanda, tornare ad interrogarsi

“Che fine fa il mio pugno quando apro la mano?”Domanda interessante, soprattutto per noi uomini occidentali. Ancor più interessante sarebbe discutere della capacità dell’uomo moderno di farsi domande. Sin dalla prima infanzia siamo chiamati, piuttosto, a fornire risposte, a dare “la risposta giusta”, a mettere una crocetta, a diventare i bravi bambini attenti e ubbidienti rispetto all’autorità. Riformulare la domanda potrebbe voler dire imparare nuovamente a porre domande, a tollerare l’incertezza insita nella considerazione di non poter fornire una e una sola risposta corretta, ad accogliere e valorizzare il dubbio. L’esigenza dell’uomo moderno è stata invece quella di categorizzare, di definire confini e differenze per gestire la complessità e ridurre i tempi di risposta. Questo tipo di processo ha come conseguenza quella di limitare le possibilità di collegamento, cristallizzare le relazioni caledoscopiche tra fenomeni, frammentare l’universo di significati e gestirle come sequenza lineare di avvenimenti. Che fine fa il mio pugno quando apro la mano diventa una domanda inconcepibile.

Ma perché accade ciò? Credo che abbandonare un sistema di certezze, un paradigma, una zona di comfort, sia costoso e doloroso soprattutto a livello emotivo. Ci costringe a fare i conti con la nostra fallibilità, con la sensazione di non poter controllare e gestire la complessità nella quale siamo immersi, di non essere in grado di spiegare alcuni eventi, di non poter fornire risposte immediate. Questo è terrificante, e ci constringe a rinchiuderci con sempre maggior vigore nelle nostre piccole certezze. Credo sia un processo che vada di pari passo con la frattura, ormai insanabile, che si è creata tra l’uomo moderno ed il Sacro, inteso nella sua accezione più ampia ( “il sacro è un elemento della struttura della coscienza e non un momento della storia della coscienza. L’esperienza del sacro è indissolubilmente legata allo sforzo compiuto dall’uomo per costruire un mondo che abbia un significato”. M. Eliade, 1968).

Un economista britannico (Tim Harford) ha ultimamente definito questo aspetto della natura umana come “il complesso di Dio”. È curioso che un economista si metta a discutere di Dio, di certezze e di fallibilità umana. È curioso e interessante: è una speranza. Harford sottolinea come il complesso di Dio trasformi le persone in “piccole divinità”, portatrici di punti di vista cristallizati, che difficilmente vengono scalfiti dalla contaminazione con altre individualità. È come se ormai fossimo arrivati alla frammentazione estrema del Sacro, fino a cannibalizzarlo e renderlo servitore delle nostre più basse esigenze materiali individuali.

In questo universo il “pugno” è il pugno e la “mano” è la mano. Siamo molto lontani dal “riformulare la domanda”. Qui è in gioco la capacità delle persone di “interrogarsi”!!.

Rispetto all’esperienza clinica, è interessante quello che ci riferisce Bromberg, quando parla della tendenza degli individui gravemente malati di rifugiarsi nel “pensiero concreto”. “Con concreto intendo la presenza di un pensiero senza pensatore o, piuttosto, senza un pensatore consapevole dell’altro come soggetto autonomo pensante, con cui è possibile condividere o scambiare idee” (Bromberg, 1998, p. 131). È la negazione dell’intersoggetività, di uno spazio condiviso che ci lega agli altri, al mondo e all’universo intero, che trascende e ridefinisce l’elemento temporale e che tanto ha a che fare con l’esperienza del Sacro. La minaccia dell’incontro con l’altro, si risolve nella fuga verso la concretezza, la scarnificazione e riduzione della realtà. È il tipico caso degli ossessivi, che risolvono l’angoscia dell’incontro e della scoperta di sé in un gioco perverso che li vede alle prese con la riduzione estrema dei significati offerti dalla relazione con il mondo. La realtà diventa così un terreno arido nel quale gli oggetti sono legati assieme da nessi lineari predeterminati  e terribilmente fragili.

È in questo ambito che emerge la sfida di riconsiderare il senso dell’esistenza. È proprio vero che “l’essere non è una verità distante da contemplare ma uno stato da vivere” (Rosati, 2008).

Ultimamente ho letto un racconto di Raymond Carver, “Legna da ardere”. In questo racconto il protagonista, Mayers, ferito, sconfitto ed in fuga da una vita precedente ormai al capolinea, compie un processo di scoperta di sé che lo porta inevitabilmente a confrontarsi con il “nulla”. Mayers lo fa attraverso un taccuino, pagina bianca in attesa di vita. Ad un certo punto, tutto ciò che trascrive è proprio “nulla”. Per riprendersi la sua vita, darle senso, andare avanti, è necessario per lui “stare” in quel nulla, con la consapevolezza che è “l’inizio di tutte le cose”, come trascrive poco convinto, quasi imbarazzato. Mayers ha così la possibilità di restare in contatto con la vita, con i fatti reali che si susseguono, fino ad intercettare un’occasione. Spaccare legna. Nonostante non fosse così importante agli occhi degli altri, questo gesto “era importante per lui”. Comprende, ad un livello molto poco consapevole, che il “fare” è la soluzione per colmare quel vuoto. Fare vuol dire stare in contatto con la realtà e con se stessi nello stesso tempo. il Fare è uno spazio “transizionale” (Winnicott, 1951), dove si incontrano fantasia e realtà. Dove è possibile sperimentarsi, essere “creativi”, definirsi e riconoscersi in ciò che si è fatto. Grazie all’azione, al sudore, alla fatica, Mayers ha così acquisito una nuova consapevolezza, ha la possibilità di essere e fare allo stesso tempo, di essere in contatto con sé stesso e con il mondo circostante, in altre parole di abbracciare un senso di sé più ampio e universale.

È in questa occasione che Mayers ha la possibilità di annotare sul suo taccuino parole cariche di senso, di amore per la vita, di semplicità: “Il paese in cui mi trovo è  molto insolito. Mi ricorda un posto di cui ho letto ma dove non ero mai stato prima d’ora. Fuori dalla finestra sento scorrere un fiume e nella valle dietro la casa ci sono boschi e precipizi e montagne con le cime coperte di neve. Oggi ho visto un’aquila e un cervo e ho tagliato e spaccato sette metri cubi di legna”. Carver, giustamente, aggiunge: “…posò la penna e si tenne la testa tra le mani per qualche istante. Dopo un po’ si alzò, si spogliò e spense la luce. Quando si mise a letto, lasciò la finestra aperta. Andava bene così” (Carver, 2000, pag. 32).

Fabio Masciullo

 

 Bibliografia e sitografia
Mircea Eliade, Discorso pronunciato al Congresso di Storia delle religioni di Boston il 24 giugno 1968
Maria Pia Rosati, La psicoterapia come viaggio iniziatico, Quaderno Cljpas – supplemento “Atopon”, novembre 2008
Raymond Carver, Se hai bisogno chiama, Minimum fax, 2000
Tim Harford, L’economista mascherato: l’insospettabile logica che fa muovere i soldi, Milano: BUR, 2006
Tim Harford, http://www.youtube.com/watch?v=3InB7JAxV5Y
Donald W. Winnicott, Gioco e Realtà, Armando Editore 1971 (vers.originale 1951)
Philip Bromberg, Clinica del trauma e della dissociazione, Cortina editore, 1998
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